Il filo della polenta


Il filo di Arianna e il "Fil dea Poenta"

Il secondo, per chi non fosse Veneto, significa "il filo per la Polenta”, ma non pensate che la sua storia sia meno importante.

Elemento principe dell’alimentazione, tanto che l’eccessivo uso causò la nascita di una malattia, la pellagra, la polenta sfamò generazioni e generazioni.

Potremmo anche definirla un indicatore del livello di ricchezza delle famiglie: “i ricchi” mangiavano il pane, i poveri, non sapevano nemmeno che aspetto avesse, mangiavano unicamente polenta “poenta matina, meodì e sera”, alla mattina, a mezzogiorno e alla sera.

Talmente poveri da non aver nemmeno il filo per tagliare la polenta: “ no i à gnancà al fil par tajar la poènta”.

Avete capito benissimo! Da tradizione, la polenta, una volta cotta, veniva versata su un tagliere rotondo in legno. Vi era un unico modo per farla a fette: utilizzando il filo. Come?

Esistono varie “scuole di pensiero”: chi sostiene che il filo dovesse scendere dall’alto verso il tagliere, dopo averne stabilito la consistenza, per poi farlo avanzare in avanti. Di parere opposto la fazione che sosteneva che il metodo migliore prevedeva l’avanzamento del filo dal basso e in avanti, movimento seguito da uno spostamento verso l’alto una volta stabilito lo spessore della fetta.

Chiedete ai vostri nonni, ai vostri genitori, sicuramente avranno qualche ricordo in merito!

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